...hai detto che te ne saresti rimasta sola a guardare il tramonto passare, sulla collina dove sei nata.
Poteva essere una metafora della vita e invece ti giravano solamente le palle, volevi essere lasciata pensare proprio come quando, da piccola, ti facevi i boccoli col dito dopo aver assaporato una biondissima ciocca d'aria.
Sorridevo, sorridevo sempre, sorridevo forte come se nel sorridere fosse racchiusa tutta la mia filosofia, come se insomma di tutta la vita me ne fosse rimasta solo una briciola incastrata fra i denti.
Non c'è inferno adatto a uomini e donne come noi, abituati a vivere troppo, a pensare troppo, ad amare troppo, a respirare male. Contavo i trifogli con insistenza, pronto a carpirne uno quadrato, abituato alla fortuna, lo sguardo sfocato per invogliarla all'empatia. Sono sempre stato un lecchino.
I merli ci mangiavano quasi tutte le ciliege e a noi restavano pugni di verde e rosso appena accennato che coglievamo per fastidio prima del tempo. Meglio niente che a loro. La nostra pesante umanità ci teneva un piede attaccato all'erba in attesa che rinsavissimo, noi lo abbiamo fatto anni dopo immersi nell'asfalto della città, ma non è mai troppo tardi per camminare scalzi sull'erba umida, al bisogno.
Poi hai raccolto la tua borsetta dall'erba e, scarpe in mano e nessun fiato, ti sei incamminata alle mie spalle, come fossi solo un ricordo o, ancor meglio, come fossi tutto un passato da dimenticare.
domenica 22 settembre 2013
mercoledì 4 settembre 2013
"Lasciate stare i tigli, colorate le suore!" scriveva il buon Esenin nelle sue Confessioni.
Ogni tanto capita di chiedersi se esista davvero la possibilità di "pensare troppo", di essere "troppo patetici" (pathos=emozione), di andare troppo in profondità. Poi però si lasciano tutte le risposte a chi vive di alzate di spalle, a chi non ama pensare, a chi ha il terrore di com-patire troppo. Figli della televisione e di una tolleranza al dialogo tristemente breve vedono un discorso "pieno" come una minaccia, una fotografia elegante come un'insolenza.
Per sviluppare la propria profondità occorre sviluppare anche la propria superficialità e viceversa: ridere, ma non a caso... quello lo sanno fare anche le scimmie.
Ogni tanto capita di chiedersi se esista davvero la possibilità di "pensare troppo", di essere "troppo patetici" (pathos=emozione), di andare troppo in profondità. Poi però si lasciano tutte le risposte a chi vive di alzate di spalle, a chi non ama pensare, a chi ha il terrore di com-patire troppo. Figli della televisione e di una tolleranza al dialogo tristemente breve vedono un discorso "pieno" come una minaccia, una fotografia elegante come un'insolenza.
Per sviluppare la propria profondità occorre sviluppare anche la propria superficialità e viceversa: ridere, ma non a caso... quello lo sanno fare anche le scimmie.
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