...hai detto che te ne saresti rimasta sola a guardare il tramonto passare, sulla collina dove sei nata.
Poteva essere una metafora della vita e invece ti giravano solamente le palle, volevi essere lasciata pensare proprio come quando, da piccola, ti facevi i boccoli col dito dopo aver assaporato una biondissima ciocca d'aria.
Sorridevo, sorridevo sempre, sorridevo forte come se nel sorridere fosse racchiusa tutta la mia filosofia, come se insomma di tutta la vita me ne fosse rimasta solo una briciola incastrata fra i denti.
Non c'è inferno adatto a uomini e donne come noi, abituati a vivere troppo, a pensare troppo, ad amare troppo, a respirare male. Contavo i trifogli con insistenza, pronto a carpirne uno quadrato, abituato alla fortuna, lo sguardo sfocato per invogliarla all'empatia. Sono sempre stato un lecchino.
I merli ci mangiavano quasi tutte le ciliege e a noi restavano pugni di verde e rosso appena accennato che coglievamo per fastidio prima del tempo. Meglio niente che a loro. La nostra pesante umanità ci teneva un piede attaccato all'erba in attesa che rinsavissimo, noi lo abbiamo fatto anni dopo immersi nell'asfalto della città, ma non è mai troppo tardi per camminare scalzi sull'erba umida, al bisogno.
Poi hai raccolto la tua borsetta dall'erba e, scarpe in mano e nessun fiato, ti sei incamminata alle mie spalle, come fossi solo un ricordo o, ancor meglio, come fossi tutto un passato da dimenticare.

Nessun commento:
Posta un commento